Trump_Giuramento

Roma, 17 Gennaio 2017: Le formalità, comprese quelle istituzionali, possono essere accorpate, nel mondo, in tre grandi aree: quella occidentale, quella orientale e quella islamica.
All’interno di ciascuna di esse esistono, poi, ulteriori specificità. Così, nel mondo occidentale, possiamo riconoscere un’area cattolica, una protestante ed una sudamericana.
Le differenze rituali fra le singole aree vengono in luce anche nei momenti istituzionali apicali, come l’insediamento dei capi di stato dei rispettivi paesi, ed assumono, in questo caso, rilievo simbolico.
L’atto formale dell’insediamento è comune in ogni contesto: si sostanzia, infatti, in un giuramento. Ma cambia la sua effettuazione. Sono differenti le formule, l’ambiente, l’oggetto preso a simbolo, i testimoni, gli invitati, il pubblico e altri momenti.

Il 20 gennaio 2017 si insedia Donald Trump, nuovo Presidente degli Stati Uniti d’America.

Prima dell’approvazione del 20° emendamento della Costituzione (1933), che ha fissato l’insediamento al 20 gennaio, la data del giuramento era il 4 marzo, anniversario dell’entrata in vigore della Costituzione. Il giuramento è richiesto dall’articolo II, sezione  1, 8° comma della Costituzione statunitense che recita: “prima di entrare in carica il Presidente dovrà fare il seguente giuramento o dichiarazione solenne:  

Io……giuro (o dichiaro) solennemente che adempirò con lealtà ai doveri di Presidente degli Stati Uniti e col massimo dell’impegno preserverò, proteggerò, e difenderò la Costituzione degli Stati Uniti”. Con l’aiuto di Dio (frase aggiunta da Barack Obama, come da altri in passato).

La formula del giuramento è scandita dal Capo della Corte Suprema (o altro membro del sistema giudiziario, in caso di sua indisponibilità) e ripetuta, parola per parola, dal neo Presidente.
Non occorrono negli USA i due testimoni, che invece sono essenziali da noi ( dove il ruolo testimoniale è assolto dai Presidenti delle due Camere).

Nel 2009, il giudice che leggeva la formula si sbagliò e fece sbagliare Obama, costretto a ripetere il giuramento il giorno successivo, alla Casa Bianca, per evitare ogni possibile illegittimità.

Non c’è scritto da nessuna parte che il giuramento debba essere prestato  sulla Bibbia, ogni Presidente decide autonomamente. Infatti, il cerimoniale dello Stato è una competenza dell’esecutivo e quale capo di esecutivo con potere decisionale più forte del Presidente USA?

Roosvelt  giurò senza alcun testo, Adams giurò su un libro di giurisprudenza che conteneva la costituzione, Lyndon Johnson giurò su un messale cattolico. Nel secondo giuramento di Obama del 2009, quello formalmente valido, non fu utilizzato alcun testo, mentre nel primo giuramento egli giurò sulla Bibbia su cui giurò Lincoln nel 1861, mai riutilizzata fino a quel momento. Nel 2013, all’inizio del secondo mandato, Obama ha giurato sulla Bibbia di famiglia di sua moglie. Ma anche nel 2013 Obama ha giurato due volte, perché il 20 gennaio era domenica e la cerimonia pubblica sulla terrazza di Capitol Hill si è svolta il giorno successivo, con nuovo giuramento, questa volta addirittura su due Bibbie: quella di Lincoln e quella di Martin Luther King.

Alcuni presidenti, nel giurare, hanno lasciato la Bibbia aperta, su vari testi, altri chiusa.
Al giuramento seguono 4 rulli di tamburi e fanfare e l’ inno, seguito da 21 salve di obice.
Durante la cerimonia può essere impartita una benedizione religiosa, con lettura di una preghiera rituale. Con Obama è intervenuto un pastore battista, di una chiesa vicina alla Casa Bianca.
Talora seguono brani musicali o letture di passi poetici.
Quindi, il discorso di insediamento, sempre molto atteso.
Partecipano anche le Forze Armate, di cui li Presidente è comandante in capo.
Segue la sfilata del Presidente, dal Campidoglio alla Casa Bianca.
Il giorno seguente, si svolge una cerimonia religiosa, nella Cattedrale dei Santi Pietro e Paolo.
Per sopperire finanziariamente a tutto ciò, si costituisce un comitato che raccoglie i fondi per l’organizzazione della cerimonia.
Il giorno dell’insediamento è considerato festivo nel Distretto della Columbia, per aumentare la partecipazione alla cerimonia e anche decongestionare il traffico.
Fra tutti i giuramenti l’immagine più forte rimane quella di Lyndon Johnson, che giura a bordo dell’aereo che trasporta la salma del presidente Kennedy. Egli ha una espressione contrita, la mano sinistra sulla Bibbia aperta e quella destra alzata. Egli ripete la formula scandita da un giudice mandato a prendere in gran fretta, con a fianco la vedova Kennedy, smarrita.

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Quali similitudini e quali differenze fra lo scenario statunitense, ora descritto, ed il nostro?

Anzitutto in entrambi gli ordinamenti il giuramento è condizione giuridica per l’esercizio delle funzioni presidenziali. Si può quindi dire che il designato, sia in Italia che negli USA,  diventa presidente con l’atto di giuramento. Si possono addirittura sovrapporre i due dettati costituzionali quando dicono: prima di entrare in carica (negli USA) o prima di assumere le sue funzioni (in Italia) il Presidente deve prestare giuramento.

Dall’altra, però, da noi è impossibile giurare su testi religiosi, attesa la laicità dello Stato. Ed anche frasi o invocazioni di tipo religioso non sono accettate. Come pure la benedizione della cerimonia  da parte di un sacerdote, e la celebrazione liturgica del giorno seguente. Momenti, tutti, non realizzabili da noi, perché incrinerebbero la laicità dell’evento.
Tali differenze, tra noi e loro, hanno origini storiche. Infatti, la laicità si è affermata, nel quadro civile, soltanto alla caduta degli assolutismi europei e, quindi, si tratta di un valore sentito essenzialmente in Europa e non in America. L’affermazione della laicità viene a costituire, in Europa, il momento della rivincita contro la divinizzazione regale, affermata nelle monarchie, ove il potere del re è assunto per volontà di Dio.
Le democrazie europee affermano la laicità, quindi, anche in contrapposizione al precedente integralismo istituzionale, evoluzione non riscontrabile in America ove, come vediamo, i Presidenti degli Stati Uniti giurano, quasi sempre, ancora sulla Bibbia.
D’altronde i coloni giungono in terra americana perché perseguitati nella madrepatria spesso per professare una religione non conformista e si trovano nella nuova terra proprio per poter liberamente praticare la propria credenza. Ciò determina, tuttavia, una proliferazione di religioni animate da forti rivalità, che la Costituzione (1787) all’articolo 6, ed il primo emendamento (1791) pur sancendo la libertà religiosa, non riescono a contenere. Ciò determina una stretta contiguità ideologica di ciascun americano con la propria credenza religiosa.
Con il XX secolo nasce negli Stati Uniti una ragione ulteriore per sventolare le religiosità: l’avvento del comunismo ateo e materialista, che si vuole individuare non solo come avversario politico ed economico, ma anche spirituale e morale.

In conclusione negli Stati Uniti non esiste quella netta separazione tra valori politici e religiosi, acquisita in Europa. La fede degli statunitensi è piuttosto semplificata: come è stato detto, Dio non è trascendente, ma piuttosto, un compagno di strada, che giustifica azioni quotidiane spesso molto terrene e materiali, quando non amorali. Uno scenario giustificatorio che più che guardare al futuro e all’aldilà, guarda qui ed ora.

D’altra parte anche la Chiesa Cattolica Statunitense attribuisce più importanza alle opere ed alla moralità civile che alla spiritualità.

La bandiera a stelle e strisce è esposta nelle chiese e l’iscrizione God sulla banconota da un dollaro, mostrano una religione civile, somma di quelle individuali molto variegate, che vuole sacralizzare la propria democrazia, giudicata luce del mondo, al punto che si tenta spesso di esportarla.
Per uno statunitense, la religiosità, cioè poter affermare il proprio credo liberamente, è una delle espressioni della libertà. Ed egli ritiene di non potervi rinunciare, ritiene, perciò,  di doversi dichiarare  credente in qualche religiosità, come fattore di conquista libertaria.  Finiscono, così, per nascere, lì,  una quantità di sette religiose quanto in nessun’altra parte del mondo, che saturano gli spazi ideologici laici. Perfino in televisione proliferano i tele-predicatori. Da tutto quanto detto, ecco quindi giustificata la presenza della Bibbia nel giuramento.

Quale Presidente si sentirebbe, oggi, di eliminarla? In fondo, quel sacro Testo attribuisce anche una patina di verginità a chi vi si accosta, e soffonde un alone benefico, idoneo a mascherare anche qualche possibile malefatta, passata o futura. Anche se il giuramento del Presidente Trump fotografa, in modo palese, un contrasto del mondo valoriale scritto in quel testo biblico, e quello auspicato  dal giurante.
Circa la formula del giuramento, quella prevista dall’art. 91 della nostra costituzione: “Giuro di essere fedele alla Repubblica e di osservarne lealmente la costituzione” si differenzia da quella americana. Nella formula americana riscontriamo una maggiore fattualità, l’impegno ad una azione attiva. Mentre nella nostra si impone, piuttosto una azione astensiva: rispettare ed osservare la Costituzione, senza andare oltre. Ciò dipende dalla diversa consistenza dei poteri che le due costituzioni attribuiscono ai rispettivi capi di Stato. L’americano è “comandante in capo”, il nostro presidente, invece, è “garante”.
Ancora, come ulteriore diversità riscontriamo la questione minore del finanziamento della cerimonia, che la cultura statunitense non consente sia posto a carico del bilancio pubblico, cioè sulle spalle dei cittadini, come , invece avviene da noi con assoluta naturalezza. Anche questo aspetto denota una differenza di stile non insignificante.

Ultima differenza: l’attribuzione della natura festiva alla giornata dell’insediamento (sebbene limitata alla Columbia), da noi impensabile.

                    Massimo Sgrelli

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